Nell’accordo che salva l’America dal default il vincitore non è Obama

L’accordo per riattivare i servizi federali e innalzare il tetto del debito è stato raggiunto poche ore prima del default, secondo uno schema ormai classico nei negoziati al Congresso. I leader del Senato, Harry Reid e Mitch McConnell, hanno presentato un accordo bipartisan che riattiva i finanziamenti dello stato federale fino al 15 gennaio e alza il tetto del debito fino al 7 febbraio. Non c’è il definanziamento dell’Obamacare che la parte intransigente dei repubblicani poneva come condizione di un accordo L'anima del tea Party di William Galston
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New York. L’accordo per riattivare i servizi federali e innalzare il tetto del debito è stato raggiunto poche ore prima del default, secondo uno schema ormai classico nei negoziati al Congresso. I leader del Senato, Harry Reid e Mitch McConnell, hanno presentato un accordo bipartisan che riattiva i finanziamenti dello stato federale fino al 15 gennaio e alza il tetto del debito fino al 7 febbraio. Non c’è il definanziamento dell’Obamacare che la parte intransigente dei repubblicani poneva come condizione di un accordo; al suo posto fa capolino un dispositivo legale minore, gradito a destra ma lontano anni luce dai desiderata del senatore Ted Cruz e compagni, che dovrebbe garantire che gli acquirenti di una polizza assicurativa non mentano sul proprio reddito. Inoltre, l’accordo Reid-McConnell crea una commissione bipartisan che entro il 13 dicembre dovrà presentare una proposta concordata sulla legge di bilancio, in modo da evitare che lo stallo di queste settimane si riproponga all’inizio dell’anno. I mercati, incuranti delle minacce di un downgrade da parte di Fitch, hanno iniziato a festeggiare dalla mattinata un accordo che ha preso vita dopo il disastro repubblicano consumato martedì alla Camera, quando lo speaker, John Boehner, ha convocato il voto su un disegno di legge salvo poi ritirare tutto nel momento in cui è stato chiaro che l’ala intransigente del partito non l’avrebbe votato. Boehner è stato travolto dalla fronda prima di arrivare all’ordalia, e il volante dei negoziati è passato nelle mani dei senatori. Ad affossare ulteriormente la posizione di Boehner è stata la decisione – ventilata all’inizio di una giornata di tensione – di sottoporre la bozza nata al Senato prima al giudizio della Camera, per poi arrivare con un atterraggio morbido alla Camera alta a maggioranza democratica. L’ordine del voto è stato poi messo in discussione, ma comunque Boehner è stato costretto a un incontro con il leader democratico alla Camera, Nancy Pelosi, per fare la conta dei voti su un testo che difficilmente può passare soltanto con le forze del Gop.
La posizione di Boehner e dell’establishment repubblicano che rappresenta è talmente debole che il giornalista superconservatore Matt Drudge prevede che i democratici riconquisteranno la Camera alle elezioni del 2014. I conservatori del Wall Street Journal parlano di una “commedia degli errori” messa in scena dai repubblicani e persino Michael Needham, il presidente di Heritage Action, l’associazione che con più veemenza ha lavorato per ottenere il congelamento dell’Obamacare come contropartita politica, ha ammesso che “non saremo in grado di revocare la riforma almeno fino al 2017, e dovremo conquistare il Senato e la Casa Bianca nel frattempo”. Un percorso a ostacoli che il senatore Lindsey Graham chiama “un periodo di autocritica nel partito”.
Ma nel tracciare la linea che separa i vincitori e i vinti di Washington l’esatta posizione di Cruz e degli intransigenti sfugge. Il senatore del Texas ha rinunciato a mettere in atto la procedura ostruzionista sul disegno di legge (avrebbe potuto bloccare il Senato per trenta ore, non di più) ma ha rivendicato le posizioni barricadiere: “Ancora una volta l’establishment di Washington non ha ascoltato il popolo americano”, ha detto ai cronisti, mostrando l’essenza di un progetto politico minoritario, e tuttavia decisivo nel dibattito, che catalizza i sentimenti di un elettorato che non è disposto a retrocedere di un millimetro di fronte alle pressioni di Barack Obama e dei democratici. E’ il senso della “politica post consenso” tracciata dall’intellettuale Sam Tanenhaus.
L’altro protagonista che è difficile piazzare è lo stesso presidente. Obama ha evitato il default, ha piegato la frangia più estrema della coalizione avversaria e ha salutato con soddisfazione il compromesso, ma il contenuto della legge vergata al Senato sulla legge di bilancio non prevede fondi per la riforma dell’immigrazione e per il mercato del lavoro, priorità assolute nell’agenda obamiana e potenziali vie d’accesso a una conclusione gloriosa della presidenza. Non ha avuto nemmeno l’accordo di lungo termine che sperava. La Casa Bianca non ha perso il confronto politico, ma la vittoria ha un altro sapore.
L'anima del tea Party di William Galston